L’artista parla di gavetta, streaming e futuro: «Non ho un dono speciale, tutto quello che ho ottenuto me lo sono guadagnato»
Due milioni e mezzo di streaming possono cambiare la percezione che gli altri hanno di un artista. Più difficilmente cambiano quella che l’artista ha di sé. Lildombaby lo racconta con una lucidità quasi disarmante, lontana dalla retorica del talento improvviso e ancora di più da quella del successo costruito a tavolino.
«Non esiste una ricetta», dice. E lo ripete più volte durante una breve conversazione nel backstage di Collisioni, in una torrida serata estiva, mentre il pubblico continua ad affluire e mancano ormai pochi minuti al suo ingresso sul palco. Come se volesse sgomberare subito il campo dall’idea che dietro un brano capace di macinare oltre due milioni e mezzo di streaming esista un algoritmo da replicare.
«Ogni canzone è un tentativo. Ci sono pezzi che ti convincono e non funzionano, altri sui quali avevi meno aspettative e invece arrivano. È impossibile prevederlo».
È una riflessione che arriva da chi, nonostante la giovane età, vive la musica da dieci anni. Ha iniziato a dodici, prima imparando a produrre, poi a scrivere, registrare e costruire da solo il proprio universo sonoro. Ancora oggi realizza in autonomia gran parte del proprio lavoro.
Per questo, quando gli si fa notare che qualcuno potrebbe liquidare quei due milioni e mezzo di streaming come un colpo di fortuna, la risposta è immediata.
«No. Sarebbe troppo semplice. Dietro ci sono dieci anni di lavoro».
Il punto, semmai, è un altro. Nessun risultato garantisce il successivo.
«Domani potrei pubblicare un brano che farà molto meno. Non posso saperlo. Però sono sicuro di una cosa: continuerò a fare musica. È questo che posso controllare».
In un mercato sempre più dominato dall’ossessione dei numeri, dalla rincorsa alle playlist e dalle classifiche aggiornate in tempo reale, il ragionamento di Lildombaby appare quasi controcorrente. La costanza viene prima della viralità, il percorso prima del risultato.
L’artista non rinnega nemmeno le proprie origini. Crescere lontano dai grandi centri dell’industria musicale, racconta, non è necessariamente uno svantaggio.
«È vero, in certi territori ci sono meno occasioni per chi vuole fare musica. Però il lavoro devi farlo comunque da solo. Che tu sia ad Alba, a Milano o in qualsiasi altra città».
È una visione pragmatica, priva di alibi. Le opportunità possono accelerare un percorso, ma non possono sostituirlo.
Anche il suo repertorio sta cambiando insieme alla sua crescita personale. Le produzioni più recenti guardano con decisione all’elettronica, una direzione destinata a caratterizzare anche il prossimo album.
«Voglio fare una musica che cresca con me. Se continuerò a fare questo lavoro, è naturale che cambi anche il modo in cui mi esprimo».
Più che una ricerca di uno stile, sembra la ricerca di una coerenza.
Alla fine, il messaggio che Lildombaby vorrebbe lasciare a chi lo ascolta va oltre la musica.
«Non penso di avere un dono speciale. Tutto quello che ho costruito è arrivato con il tempo, con l’esercizio e con la costanza. Se ti impegni davvero in qualcosa, puoi arrivare lontano. Vale nella musica, ma vale in qualsiasi ambito».
Forse è proprio questa la parte più interessante del suo racconto. Non i milioni di streaming, che oggi possono arrivare e domani svanire, ma l’idea che il successo non sia un punto di arrivo. Piuttosto una conseguenza possibile di un percorso che continua, indipendentemente dai numeri.



